NON SOLO PECHINO – parte 1

Suzhou (15)

E’ sempre verso la fine di marzo, compreso le prime settimane di aprile, che programmiamo il nostro viaggio annuale in Cina con la stessa motivazione: raggiungere il figlio che vive così lontano. Anche il periodo che scegliamo è sempre uguale di anno in anno e la scelta viene effettuata alla stessa cadenza perché nei giorni appena successivi al nostro arrivo ricorre una delle festività più importanti per i cinesi, la Qing Ming Jie, così da poter usufruire di qualche giorno di vacanza con nostro figlio vista la chiusura dell’ufficio e poter programmare con lui qualche giorno di evasione dalla grande Pechino.

Quest’anno abbiamo fatto il pieno di fine settimana “fuori porta” e ci siamo regalati anche una settimana in giro soli io e Sandro. Le nostre mete, ovviamente caldeggiate dal nostro agente in loco, si sono rivelate molto interessanti passando un fine settimana a Chengde, uno a Datong ed un altro in una escursione su un monte nella zona di Pinggu – zona vocata alla coltura delle pesche – appena un’ora di auto fuori Pechino ed infine un’intera settimana spesa tra Shanghai, Suzhou e Hangzhou tra costruzioni avveniristiche e antiche mura. Il tutto con spostamenti anche lunghi per mezzo di treni, sia in alta velocità che locali.

Come ogni volta che ritorno in Cina non sono solo i luoghi visitati ad avere il primo posto nei miei ricordi, che vale la pena comunque descrivere anche sommariamente giusto per fissarli ancora più nella mente, bensì la parte più interessante dei miei viaggi annuali è quella di osservare e annotare le differenze culturali che riesco a cogliere o le abitudini quotidiane che sfioro ogni qual volta mi trovo tra la moltitudine cinese, ma di questa sensazioni di viaggio parlerò un’altra volta.

I luoghi che abbiamo scelto come mete quest’anno sono stati incantevoli, ognuno con le sue peculiarità, anche se la Cina ripropone la stessa architettura, gli stessi colori, le stesse disposizioni sia nei Palazzi che nei Templi risalenti a varie Dinastie, quindi nessuna differenza si coglie tra la costruzione di un edificio ed un altro avvenuta in epoche tanto diverse.  Tutto questo è molto strano per noi dove una chiesa o un palazzo della nostra vecchia Europa si differenziano moltissimo in base alle epoche storiche, dove un castello medievale si distingue da uno settecentesco o come, ad esempio a Milano, due luoghi simbolo dello stesso culto sono così diversi uno dall’altro come la Basilica di Sant’Ambrogio e il Duomo, risalenti appunto ad epoche diverse e connotati da stili molto differenti.

Ritorniamo in Cina.

A Chengde (Hebei) non si può che rimanere incantati alla vista del tempio buddhista PutuoZongCheng che riproduce più in piccolo (piccolo è un eufemismo) il Potala tibetano di Lhasa dove siamo arrivati in un sereno tardo pomeriggio quando i colori del Palazzo Rosso si sono mostrati in tutta la loro calda bellezza accompagnati dallo sventolio delle coloratissime bandierine votive. Incantevole è stato anche il lungo giro per i vastissimi giardini tra fiori e laghetti del Palazzo Estivo imperiale Bishu ShanZhuang, risalente all’epoca Qing – 1700 circa – e costellato da padiglioni dai bei nomi quali Il Padiglione della Semplicità e della Sincerità, lo Studio delle Quattro Conoscenze, il Padiglione delle Nebbie e quello delle Onde Rinfrescanti dove l’imperatore si soffermava a studiare e ad osservare la natura.

A Datong (Shanxi) Il Tempio Sospeso, dedicato al culto di Buddha, è arroccato da 1500 anni su una parete verticale e dà un senso di precario con le sue passerelle che collegano un edificio con un altro e le scale ripide per raggiungere i vari piani del Tempio, per non parlare di quei pali di legno che lo sorreggono nella posizione attaccata al dirupo che danno un senso di fragilità in barba alla stabilità della costruzione che si regge nella sua posizione da secoli. Nel mio immaginario credevo fosse grandissimo, invece è piccolo e veloce da visitare. La giornata fredda e piovosa che abbiamo trovato ha ulteriormente accelerato la nostra visita.

Sempre nei dintorni di Datong abbiamo visitato le Grotte di Yungang, templi scavati nella roccia, che contengono migliaia di statue del Buddha, prime testimonianze del culto del buddhismo arrivato in Cina attorno al 500 D.C. e considerate fra gli esempi più sublimi di arte legata a questa religione. Impressionante il lavoro di scavo nella roccia dove sono state ricavate statue enormi del Buddha circondato da migliaia di nicchie nelle pareti rocciose con inserite piccole statue in diverse posizioni.Datong, come gran parte delle città antiche della Cina, ha subito grandi perdite nel secolo scorso quando, durante la Rivoluzione Culturale, è stato pagato un pesante tributo in fatto di arte. Oggi questa città ha deciso di ricostruire fedelmente quella parte antica andata distrutta compreso le grandi mura che la circondano e sulle quali si può fare una passeggiata lunga circa 7km guardando la città da un’altra prospettiva. Ecco quindi quel che sta succedendo: Datong, come molte città, aveva un vecchio nucleo andato distrutto per motivi politici sulle cui rovine sono state costruite case e quartieri che hanno tolto ogni bellezza alla città ed oggi queste costruzioni vengono a loro volta distrutte per ricostruire quanto di storico andato perso rispettando le antiche planimetrie. Quindi, in sostanza, abbiamo vistato la nuova-città-vecchia ancora attorniata da numerose demolizioni e abbiamo camminato su una parte della ricostruzione delle nuove-vecchie mura ancora in ultimazione.

Nella zona di Pinggu, tra pescheti in fiore a perdita d’occhio e pesche sciroppate sulle bancarelle in attesa dei frutti freschi, abbiamo fatto una escursione che ci avrebbe portato sulla cima di un monte dove era stata da poco istallata una passerella sospesa in vetro dove poter camminare con la sensazione di essere nel vuoto. Peccato che il sentiero assolato, le migliaia di gradini faticosi per la loro altezza non regolare e talvolta di misura ristretta sia della pedata che della larghezza della rampa stessa, nonché la scalata dei gradini fatta tra migliaia di cinesi che salivano e scendevano  e dove questo essere inseriti in una coda infinita lasciava poco spazio al respiro, mi sono sentita in disagio fisico e, a soli (!!!) 800 gradini mancanti alla meta, ho ceduto e trovato un posto di dieci centimetri quadrati d’ombra sui gradini che mi hanno salvato tra il disappunto di chi saliva o scendeva perché in quella posizione facevo da tappo e l’incitazione di chi mi diceva “dai che ce la fai che manca poco”.  Non appena mi sono ripresa ho deciso comunque di girarmi sui tacchi prendendo la via della discesa e chissenefrega (eh sì, certo con un po’ di rammarico) della passerella sospesa. Discesa fatta con una cabinovia perché impossibile a piedi data la quantità di gente che intasava i gradini. La completa ripresa fisica mi è stata garantita da una breve camminata in campagna tra i peschi in fiore dove contadini stavano praticando la deflorazione manuale, cioè togliere da ogni ramo in fiore una considerevole quantità di corolle, lasciando solo un numero di fiori limitato pronto a diventare uno dei grossi frutti per i quali questa regione è famosa.

Shanghai, che significa letteralmente “sul mare”, con i sui 24milioni di abitanti è una delle più popolose città del mondo e la più popolata della Cina. Città quanto mai moderna, affascina per la sua aria internazionale, per la zona della Concessione Francese ricca di costruzioni di ispirazione europea con i viali alberati e dall’aria un po’ retrò, per il Bund, l’alto argine che un tempo era l’approdo delle chiatte per il commercio del riso e oggi diventata una bellissima passeggiata dove gli edifici Art Deco a lato strada si contrappongono all’altro lato del fiume dove campeggiano i grattacieli avveniristici della zona finanziaria di Pudong. Ed è proprio in questa zona super moderna che abbiamo camminato di giorno su passerelle pedonali sopraelevate lasciando il traffico sotto di noi, per recarci al famoso grattacielo “Cavatappi” e salire fino alla parte superiore del buco, al 100° piano a 474 metri di altezza per guardare dall’alto la città e stupirci come bambini senza voler venire via per restare incantati e beati il più possibile rimirando quella vista. Dal Bund, ritornando alla sera, abbiamo potuto stupirci delle luci sfavillanti dei grattacieli di Pudong facendoci immergere “dal vivo” nella classica immagine iconica di Shanghai e il suo famoso skyline.

Shanghai è anche il quartiere della Concessione Francese della fine 1800 quando la città, che si affermava per i traffici di seta, oppio e tè, richiamava, oltre a malfattori e prostitute, investitori finanziari che ponevano qui le sedi di rappresentanza per i loro commerci. Ho potuto vedere palazzi bellissimi o anche più modesti lasciati all’incuria e trasformati in residenze cinesi, dove la manutenzione lascia sempre a desiderare, ciò nonostante la zona richiama la nostra cultura architettonica e per un momento non puoi credere di essere in Cina. E’ nella Concessione Francese che siamo entrati nella residenza-museo con arredi originali di Sun Yatsen, fondatore della Cina Moderna e oggi chiamato Padre della Nazione, ed è sempre in un palazzo situato in questa zona che nel 1921 fu fondato il Partito Comunista Cinese dove abbiamo visitato la sala del Primo Congresso Nazionale del PCC tra i cui componenti sedeva Mao Zedong.

A Suzhou (Jangsu) – come ogni città cinese che ha sacrificato il suo patrimonio architettonico storico per lasciar spazio ad enormi impersonali grattacieli, è evidente il suo contributo in tal senso trasformandosi in una città sicuramente diversa dalla perla che vide e che fece dire a Marco Polo di trovarsi in una delle città più belle della Cina. Suzhou vanta 2500 anni di storia e con le sue case bianche con tetti neri costruiti su canali e ancora presenti nel centro città, fu uno dei crocevia più importanti per la produzione ed il commercio della famosa seta cinese ed è in questo spirito che molti signori dell’epoca decisero di costruire qui le loro ville e giardini per cui è diventata famosa oggi.  Il Giardino dell’Amministratore Umile del 1500 è il più grande di tutta la città e l’Amministratore sarà stato anche umile, ma lo spazio in cui si muoveva era grandioso tanto che ancora oggi si rimane a bocca aperta sia per le fioriture spettacolari che per i ponticelli che collegano i canali a laghetti e per padiglioni dedicati “all’ascolto della pioggia” o per “tenere lo sguardo assente” durante la meditazione.  Anche la quantità di visitatori presente nel giardino era impressionante ed anche questa da lasciare a bocca aperta.

Tra le più importanti testimonianze di Suzhou rimaste in città c’è la vecchia strada Pingjiang Lù, alberata e fiancheggiante uno dei tanti canali, che oggi è diventata un bazaar con le antiche case divenute negozi di foulard di seta e altre mille paccottaglie tutte uguali e ristorantini che propongono innumerevoli offerte di cibo senza mai far mancare nel proprio menu le zampe di gallina di cui i cinesi vanno ghiotti. Suzhou è spesso chiamata “la Venezia Cinese” per i canali e per le case sull’acqua. Ebbene, se volessimo trovare una similitudine con la città italiana credo la potremmo trovare solo in questi negozietti attira-turisti, con la merce tutta uguale negozio per negozio e, senza nulla togliere alla bellezza sia della nostra città che questa, senza tutto questo contorno si potrebbe respirare il clima decadente e pieno di fascino che invece viene annullato dal bailamme di merci. Ecco che noi, nel nostro girovagare cittadino, come abbiamo spesso fatto a Venezia, abbiamo deciso di uscire dal tracciato più turistico per vedere la vita vera che si snoda nelle piccole vie laterali, con la biancheria stesa per strada, i bassi tavolini dove lavare le stoviglie di lato al canale o di lato al pozzo dell’acqua o consumare il pasto all’aperto per strada nella bella stagione, dove abbiamo visto seminato insalate e cavoli in scatole di polistirolo messe in strada (altro che orto-balcone!) e dove le porte aperte sulle case lasciavano intravedere cucine che non oseremmo mai chiamare tali. Come sempre la vita vera è dietro i risvolti delle zone turistiche, è nelle pieghe che spesso non vogliamo vedere lasciandoci attirare dal circo delle vacuità.

Il Museo di Suzhou, è molto interessante oltre che per i reperti custoditi, per la sua architettura che riproduce in chiave moderna il concetto dei giardini storici. Per ovviare alle migliaia di presenze quotidiane di questo  museo ci siamo messi in coda molto prima dell’apertura mattutina per evitare così la lunga attesa che è d’obbligo in qualsiasi orario della giornata, mentre la visita al Museo della Seta ci ha stupito per la storia di questo tessuto che in Cina risale nientemeno a 4000 anni fa e la città di Suzhou ne era la principale produttrice,  venendo a conoscenza che al giorno d’oggi il ricamo e la tessitura del filo di seta, sia nelle forme tradizionali che artistiche moderne, ha ancora un seguito vastissimo.

A Hangzhou ((Zhejiang), in occasione di una bella escursione lungo il Lago Occidentale, più che nelle altre città abbiamo potuto constatare come in Cina l’ultimo dei problemi sia quello di rimanere soli per strada. Sarà stato che la nostra visita ha coinciso con un fine settimana, sarà stato che Hangzhou è una delle mete turistiche ambite dai cinesi e il suo lago è molto usufruito dagli abitanti del luogo come parco di relax (!), sarà quel che sarà che ad un certo punto mi sono sentita come la formichina in fila nel formicaio. Decidiamo per questo di deviare sul monte con vista lago dall’alto e qui ci siamo trovati immersi nel verde di un bosco in città, circondati da una tranquillità inaspettata se pensiamo che Hanzhou conta più di 6milioni di abitanti e che appena sotto camminavano migliaia di persone. Sui sentieri ben curati e con salite fatte dai soliti gradini (i cinesi probabilmente non amano i sentieri naturali) abbiamo incontrato persone che portavano in giro le gabbiette contenente i loro uccellini dopo averli appesi per qualche tempo su rami di alberi lasciandoli gorgheggiare e respirare aria buona e gente che passeggiava a passo deciso per esercitare un po’ di moto. Alla discesa dal colle abbiamo dapprima visitato il Mausoleo del Generale Yue Fei vittorioso comandante del XII secolo contro truppe di invasori che viene oggi considerato un eroe per la sua integrità morale, il suo spirito di sacrificio, onestà e fedeltà alla Patria e portato ad esempio alle nuove generazioni.   Terminata questa visita abbiamo deciso a metà pomeriggio di immergerci nella folla e far ritorno al punto di partenza dopo aver circumnavigato il lago per un totale di più di 10km e definire indimenticabile l’esperienza tra la folla e viverla con occhi diversi. Negli spiazzi dei giardini gruppi di gente cantava diretti dalla maestra di canto, altri recitavano vecchie trame di teatro con applausi del pubblico circostante, altri ancora ballavano valzer lenti su basi musicali cinesi adattate al ritmo, e gruppi di donne in costume tipo majorettes esibivano i loro passi di ginnastica-danza di gruppo al suono di musichette ritmate, le stesse che spesso si vedono impegnate in questi esercizi  in tutti i parchi cittadini in vari orari della giornata . Non mancavano i vecchi calligrafi che scrivono a terra con il pennellone d’acqua con una abilità sorprendente né i soliti giocatori di carte, majiang e scacchi.

Il ritorno a Pechino e rivedere la parte cinese della nostra famiglia è stata oscurata solamente dalla consapevolezza che il momento di pensare al viaggio di ritorno in Italia era ormai (troppo) vicino.

Vilma (parte 1)

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